|

“NoBody's Perfect”. “Nessuno è perfetto”. Ma se si divide la prima parola in “No” e “ Body”, allora la traduzione può anche essere: “Nessun corpo è perfetto”. Il titolo di questo film-documentario, girato nel 2008 del regista e produttore tedesco Niko von Glasow, va contro la mentalità imperante che un corpo deve essere senza “imperfezioni”, magari rifatto, ma perfetto, perfettamente omologato a certi canoni di bellezza di cui molti di noi sono vittime.
Ma qui io non voglio parlare di cinema, la storia che voglio raccontare è un’altra. Perché i protagonisti di “NoBody’s Perfect” sono degli attori un po’ particolari. Il documentario segue il regista nella ricerca, fra Gran Bretagna e Germania, di undici persone nate come lui disabili a causa degli effetti collaterali di un farmaco, e che siano disposte a posare nude per un calendario. I personaggi di questo film sono tutte vittime di un crimine, ancora poco noto in Italia, commesso da un’azienda farmaceutica: la produzione e la vendita di un farmaco, il cui principio attivo era la talidomide, ipnotico, sedativo e antinausea, rivolto soprattutto alle donne in gravidanza. Un farmaco considerato efficace e ben tollerato. La molecola della talidomide era stata sintetizzata dalla società farmaceutica tedesca Chemie Grünenthal di Stolberg e fu messa in commercio il 1° ottobre del 1957, nella allora Germania Occidentale, col nome di “Cortergan”. Una campagna pubblicitaria capillare presentava il farmaco, diffuso in numerosi Paesi, come un efficace sonnifero alternativo ai barbiturici e privo di effetti collaterali, tanto che in Italia era un prodotto da banco. Se già nel 1957 si segnalavano i primi casi di tossicità del farmaco, solo nel 1961 si resero pubblici i primi casi di anormalità fetali in termini di focomelia (riduzione delle ossa lunghe degli arti, per cui le mani e i piedi risultano fissati direttamente al tronco) e amelia (assenza degli arti) collegabili alla talidomide. Da parte sua, la Grünenthal della famiglia Wirtz cercava di nascondere la verità per evitare che il farmaco fosse ritirato dal commercio. Ma la tragedia fu rivelata al pubblico da un articolo apparso, il 26 novembre 1961, sulla “Welt am Sonntag” dal titolo:” Malformazioni causate da pillole. Allarmante sospetto di un medico nei confronti di un farmaco venduto in tutto il mondo”. Ed il giorno dopo, il 27 novembre 1961, nella allora Germania Occidentale, il “Cortergan” venne ritirato. Dopo essere stata diffusa in cinquanta Paesi diversi, sotto quaranta nomi commerciali differenti, la talidomide fu man mano ritirata anche dagli altri mercati. In Italia furono sette le case farmaceutiche che, su licenza della Grünenthal e per un totale di nove specialità medicinali, produssero farmaci contenenti il principio attivo della talidomide. Queste specialità mediche furono vendute in Italia, ufficialmente, fra il 1959 ed il settembre del 1962. Ma bisogna tener conto anche dello smaltimento delle scorte, per cui farmacisti senza scrupoli continuavano a vendere il farmaco anche dopo la sua messa al bando. In Germania, dove la talidomide aveva causato la morte di 3000 bambini e la nascita di altri 7000 disabili, solo nel 1967 iniziò il processo contro la casa produttrice del “Cortergan”. Il processo si concluse con il verdetto di non colpevolezza personale dei dirigenti della casa farmaceutica e con la condanna a risarcire le vittime tedesche. In Italia le vittime dei farmaci a base di talidomide non sono mai state censite. L’unico dato disponibile è il numero di persone iscritte all'associazione Tai Onlus, a cui aderiscono i talidomidici italiani, che raccoglie 320 membri. E' grazie a questa tragedia, che ha coinvolto migliaia di bambini in tutto il mondo, che nasce la farmacovigilanza. Fino al 1961, nella Germania Occidentale, la registrazione di un nuovo farmaco era una pura formalità, le autorità non esercitavano nessun controllo. Recentemente, il principio attivo della talidomide, che il laboratorio della Grünenthal produce ancora oggi per fini di ricerca, è stata reintrodotta in commercio per altre sue proprietà farmacologiche in campo oncologico e nella cura della lebbra. Ma l'uso di farmaci contenenti talidomide in popolazioni molto povere, poco alfabetizzate e senza la conoscenza dei gravi effetti collaterali rischia di far nascere altri bambini disabili. Ciò è accaduto recentemente in Brasile, dove è stata riscontrata un'altra epidemia di focomelia.
Il film-documentario di Niko von Glasow non vuole concentrare l’attenzione sulla ditta che ha causato questa tragedia, ma focalizzarsi sulla vita di questo gruppo di persone speciali, oggi di mezz’età, nate disabili a causa della negligenza di una ditta farmaceutica. Ci mostra persone interessanti, che lavorano in campi diversi quali il giornalismo, la politica o l’astrofica. Personaggi attivi, che hanno imparato ad essere “normali”. Con un pizzico di umorismo nero e nessun riguardo per il politicamente corretto, ma anche con un tocco poetico, il regista analizza i problemi che questi “attori” hanno dovuto fronteggiare sin dall’infanzia, e come abbiano risposto positivamente, con curiosità ed entusiasmo, alla proposta di posare nudi per un calendario. Le cui foto, in grande formato, il regista ha esposto per le vie di Colonia, suscitando reazioni contrastanti fra i passanti. Il film si conclude con i tentativi, senza successo, di von Glasow di farsi ricevere da Mr. Wirtz jr., l’attuale presidente della Grünenthal, per parlare della talidomide e della nascita di tanti bambini disabili. Il regista reagisce, a questo rifiuto, “abbandonando” davanti al cancello della ditta farmaceutica la gigantografia del mese di dicembre del calendario (la foto ritrae il regista completamente nudo insieme al figlio con l’espressione divertita), commentando: “Un regalo per la famiglia Wirtz e la compagnia Grünenthal.” Nell’ultima scena si vede uscire dal cancello della ditta un custode che, furtivamente e con un certo imbarazzo, prende la gigantografia e la porta dentro.
Questo film, vincitore di numerosi premi in Germania, parla di una storia che è anche la mia e di tanti altri bambini italiani. Il documentario spera di pubblicizzare la battaglia delle vittime per il risarcimento e magari ad aiutarci, almeno in parte, a mutare la nostra rigida e tradizionale concezione di bellezza. Credo che ciò che è accaduto possa essere considerato un esempio, in negativo, di globalizzazione, di danno globalizzato. A questa valenza negativa, bisognerebbe contrapporne una positiva: quella del diritto, di un diritto globale, a cui tutti i cittadini del mondo possano appellarsi.
di Antonella Vivi
|